Tra i temi centrali della letteratura recente sulla pandemia da SARS-CoV-2 emerge come la guarigione dall’infezione possa essere accompagnata da complicanze nuove o rimanenti, tra cui l’embolia polmonare (EP). A due anni dalla comparsa del virus, i risultati di follow-up su pazienti colpiti da COVID-19 hanno mostrato come, anche dopo la guarigione, permangano segnali di rischio tromboembolico e come l’EP possa presentarsi sia in fase acuta sia successivamente, con implicazioni per la prognosi e la gestione clinica.
COVID-19 e rischio tromboembolico: cosa cambia dopo la guarigione
Questi studi indicano che l’EP è una delle complicanze tromboemboliche osservate nei pazienti COVID-19, soprattutto in presenza di elevati livelli di D-dimero e di sintomi respiratori. Molti pazienti presentano uno stato pro-coagulante durante l’infezione, e le analisi retrospettive hanno evidenziato come l’EP sia più frequente tra chi ha contratto COVID-19 rispetto a gruppi non infetti, con differenze di gravità e di mortalità tra i gruppi studiati. È essenziale riferire ogni sintomo al medico e monitorare segni di trombosi venosa profonda, gonfiore, dolore o rossore di un arto, oltre a difficoltà respiratorie o dolore toracico che potrebbero indicare una progressione a EP.

Caratteristiche e rischio di EP nei pazienti con COVID-19
L’embolia polmonare è descritta come un evento vascolare grave che può avere esito letale se non trattato precocemente. L’EP è spesso associata a trombosi venosa profonda e può interessare arterie polmonari di piccole dimensioni. Studi clinici hanno mostrato che i pazienti COVID-19 con EP hanno prognosi peggiore rispetto a pazienti EP senza COVID-19, con maggiore gravità clinica e mortalità intraospedaliera più elevata, nonché livelli di D-dimero e PCR superiori. L’estensione dell’ostruzione e la gravità dell’insufficienza respiratoria guidano la classificazione del rischio e le scelte terapeutiche.

Rischi specifici e popolazioni a rischio
Le analisi indicano che la popolazione di pazienti anziani e pluripatologici necessità di particolare attenzione, così come coloro che hanno elevata incidenza di malattie tromboemboliche o che hanno subito interventi chirurgici. Tra i fattori di rischio figurano immobilità prolungata, gravidanza, terapie hormonali, obesità, fumo e infezione severa da COVID-19. È cruciale valutare la necessità di profilassi tromboembolica nei pazienti ospedalizzati, soprattutto se rientrano in categorie ad alto rischio organizzativo e clinico.

Diagnosi e prove d’immagine
La diagnosi di EP si basa sull’insieme di valutazioni cliniche, laboratorio e imaging. L’angiografia polmonare e la tomografia computerizzata con contrasto (CTPA) sono strumenti decisivi per confermare l’ostruzione arteriosa e definire l’estensione dell’occlusione. In contesto COVID-19, l’uso di D-dimero, PCR e punteggi di gravità come SOFA e PESI aiuta a stratificare il rischio e guidare le decisioni terapeutiche. La presenza di EP durante la degenza ospedaliera in pazienti COVID-19 può riflettere una maggiore severità della malattia e richiedere interventi tempestivi.

Terapia e gestione: anticoagulanti, trombolisi e approcci pratici
Quando si identifica un’EP, il protocollo terapeutico raccomandato prevede la somministrazione immediata di farmaci anticoagulanti, come le eparine a basso peso molecolare o i NOAC (nuovi anticoagulanti orali), che facilitano lo scioglimento spontaneo del trombo e ripristinano la circolazione. In casi di EP acuta massiva, si ricorre ai trombolitici, purché non vi siano controindicazioni, nonché a interventi che accelerino la dissoluzione dell’embolo. La gestione può essere ambulatoriale o richiedere ricovero, a seconda della gravità, dell’età e delle condizioni generali del paziente, con un periodo di monitoraggio che può variare. L’uso di TAO (terapia anticoagulante orale) o di NAO richiede rigorosa aderenza alle indicazioni mediche e comunicazione trasparente con i familiari e con altri medici coinvolti, incluso in caso di interventi odontoiatrici o chirurgici, per gestire eventuali perdite di sangue.

Prevenzione e stile di vita
Per prevenire recidive e complicanze, è spesso consigliata la mobilizzazione precoce, l’uso di calze compressive e, in contesti ad alto rischio, una profilassi farmacologica adeguata. Esistono differenze tra eparine e fondaparinux nella prevenzione TEV in scenari di alto rischio, e alcune evidenze suggeriscono che il fondaparinux possa offrire vantaggi in termini di copertura continua e interazioni con piastrine, anche se la decisione terapeutica dipende da condizioni cliniche specifiche. Infine, in termini di rimedi naturali o di supporto nutrizionale, è stato indicato che la nutraceutica e un’alimentazione mirata possono sostenere la salute delle vene, senza sostituire terapie farmacologiche in corso.

Follow-up e continuità delle cure
La gestione post-EP include follow-up clinico e flux di laboratorio, per evitare recidive e monitorare complicazioni a lungo termine. Un approccio multidisciplinare è fondamentale, soprattutto in pazienti che hanno sofferto EP durante o dopo COVID-19, per una riabilitazione adeguata e una sorveglianza continua della coagulazione e della funzione respiratoria.

Accesso alle risorse e riferimenti utili
Le informazioni presentate si basano su studi clinici e linee guida, con riferimenti a dati di follow-up e a studi di coorte reali. È essenziale consultare fonti mediche affidabili e i protocolli ospedalieri aggiornati per le indicazioni di profilassi, diagnosi e trattamento, applicando sempre le indicazioni del medico curante e delle autorità sanitarie locali.

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