Adriano Gramegna e il mesotelioma: tra lutti, processo Fibronit e riflessioni sulla salute pubblica

Ex Fibronit di Broni. La Procura di Pavia ha chiesto l’archiviazione per il secondo filone del processo che coinvolge 470 persone che dal 2009 a oggi sono morte per mesotelioma: nessuno sarebbe responsabile. Dopo vent’anni di inchieste, indagini e processi restano ancora senza colpevoli le morti d’amianto alla ex Fibronit di Broni.

L’ultimo atto di questa vicenda è la richiesta di archiviazione, avanzata dalla Procura di Pavia, per il secondo filone del processo Fibronit, che coinvolge 470 parti lese, ovvero persone che, tra il 2009 e oggi, si sono ammalate di absestosi o sono decedute per mesotelioma. Sull’esposizione all’amianto e lo sviluppo di malattie collegate la scienza non ha fornito certezze assolute, né sul nesso di causa e nemmeno sul lasso di tempo che intercorre tra l’innesco della patologia e il suo decorso; quindi, è impossibile, secondo questa premessa, stabilire le responsabilità per chi si ammalò e morì.

«Non si può non essere amareggiati e ormai rassegnati a non avere giustizia. - il commento di Silvio Mingrino, che ha perso entrambi i genitori per il mesotelioma, e dal 2008 guida l’Avani, associazione a supporto delle vittime dell’amianto, dei malati e delle loro famiglie - Come ho sempre detto, si condanna molto di più chi va a rubare una gallina rispetto a chi potrebbe essere colpevole di omicidio colposo plurimo. È una grande botta, un’ennesima delusione; purtroppo, viviamo in uno Stato dove la giustizia è fantasma. Bisognerebbe portare alla sbarra e accertare le responsabilità di chi sapeva, a livello di Stato, della pericolosità dell’amianto e non ne ha informato chi lavorava nelle fabbriche e chi lo utilizzava per le coperture di abitazioni, magazzini e pollai. Purtroppo, siamo di fronte a un’ennesima sconfitta per la giustizia».

Per i familiari è una ferita che non si è mai chiusa: «Già aver sottoposto all’autopsia entrambi i miei genitori per chiarire le cause del decesso è stato come elevare il lutto all’ennesima potenza. Oggi questa decisione vergognosa aumenta il lutto ancora di più. È come se ci avessero ucciso i nostri cari una seconda volta» - aggiunge Massimo Gramegna, che ha perso per mesotelioma entrambi i genitori. «Nella casa in quartiere Piave il cortile era sempre coperto da una polvere bianca di fibres d’amianto. Tre dei bambini che a quel tempo giocavano in cortile sono già morti di mesotelioma».

Immagine di un cortile industriale allarmante con polvere d’amianto

È il dolore di Manuela Gasio, che ha perso la sorella Mara nel 2015: «Il mesotelioma mi ha strappato mia sorella in nove mesi in modo terribile, lei che era una donna piena di vita. - dice - Fa molta rabbia questa decisione, perché i nostri cari sono stati uccisi, ci sono stati dei responsabili, ma il prezzo più grande l’abbiamo pagato solo noi. Rammarico per la decisione della Procura è stato espresso anche dai sindaci di Broni e Stradella, realtà dove, nel ventennio 2000/2020, in base ai dati del Registro Mesoteliomi Lombardia, si è registrata un’alta incidenza di casi di mesotelioma, enormemente maggiore del dato regionale.

«Le sentenze vanno rispettate. Di certo, però, non si può negare il rammarico per quanti hanno affrontato situazioni dolorose senza ricevere alcun risarcimento» - dichiara Antonio Riviezzi, primo cittadino di Broni. Per il sindaco di Stradella, Gianpiero Bellinzona, che ha perso il fratello e il cognato per il mesotelioma, «non è solo Broni ma tutto il territorio circostante a non avere avuto giustizia per questa sentenza, perché qui non c’è famiglia che non sia stata colpita direttamente o indirettamente da malattia e lutti. - sottolinea - Noi comunque continueremo il nostro impegno, insieme al Comune di Broni, per l’allargamento del Sin (Sito di interesse nazionale) al territorio delle due città».

«È una sentenza che lascia l’amaro in bocca. - afferma il consigliere nazionale di Legambiente, Patrizio Dolcini- Al di là della responsabilità penale, che potrebbe anche non esserci, quello che colpisce è il fatto che si sminuisca per l’ennesima volta il dramma della Fibronit e gli effetti della sua presenza per Broni e tutto il territorio, non riconoscendo la connessione diretta tra produzione dell’amianto e morti, quando ci sono dati inoppugnabili delle indagini epidemiologiche effettuate sul territorio che lo dimostrano. Se la richiesta di archiviazione sarà accolta dal giudice, le associazioni dei familiari delle vittime stanno valutando un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, con l’appoggio anche della politica locale: «Voglio esprimere tutta la mia solidarietà alle famiglie delle 470 persone che sono morte dopo aver respirato per anni la polvere di amianto della Fibronit di Broni. sostiene il vicepresidente del Senato, Gianmarco Centinaio- Posso solo immaginare quanto siano deluse dalla richiesta di archiviazione formulata dalla Procura di Pavia e trovo legittima la loro intenzione di portare questo caso anche di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo».

Basterebbero i soli numeri delle vittime, concentrate in alcuni luoghi guarda caso esposti all’amianto, a evidenziare il nesso di correlazione. Purtroppo, in Italia siamo abituati a vederne di tutti i colori e non sarebbe la prima volta in cui potremmo ritrovarci di fronte a un errore della magistratura. Sullo sfondo della vicenda giudiziaria resta il capitolo della bonifica: da una parte l’attesa per il dissequestro dell’area ex Fibronit, legata a un’inchiesta del maggio 2022 su presunte irregolarità nella bonifica stessa, per avviare i lavori dell’ultimo lotto (16 milioni di euro) con la demolizione dei fabbricati, dall’altra parte l’ampliamento del Sin ai Comuni di Broni e Stradella, per ottenere i fondi per la bonifica delle coperture private, e la realizzazione del nuovo liceo.

Gestione della bonifica e ampliamento del SIN in Lombardia

Temi di cui si parlerà anche a Roma, alla seconda edizione dell’Asbestos International Forum, evento internazionale dedicato alla gestione del rischio amianto per la tutela della salute pubblica, organizzato dal 10 al 12 dicembre dallo Sportello amianto nazionale, con gli interventi del sindaco Riviezzi e del preside dell’istituto “Faravelli”, Roberto Olivieri. Infine, c’è chi ha deciso di dedicare la propria tesi di laurea a uno studio sull’evoluzione del mesotelioma per dare un contributo alla ricerca sulla cura di questa malattia, che gli ha ucciso il nonno nel 2007. È il caso del bronese Matteo Bernini, 22 anni, che nei giorni scorsi si è laureato con 110 e lode in Tecniche di laboratorio biomedico all’Università di Pavia discutendo una tesi dal titolo “Significato prognostico dell’espressione del Ki67 nel mesotelioma pleurico”.

«Mio nonno - racconta Bernini - è morto di mesotelioma nel 2007, quando avevo poco più di cinque anni, e della stessa malattia era morto anche il mio bisnonno. Abito a Broni dietro la cementifera, ho frequentato il liceo e conosco molto bene la problematica che riguarda la mia città. In famiglia si è sempre parlato di questo “nemico invisibile” e di come queste particelle di piccolissime dimensioni possano aver causato la morte di così tante persone. È vero che ora la Fibronit è libera dall’amianto, ma ci sono ancora tanti tetti pericolosi, e un po’ di paura c’è.

RIVANAZZANO. L’amianto colpisce anche a distanza: di chilometri e di anni. Domenica mattina, in una stanza del policlinico San Matteo di Pavia, se ne è andato Adriano Gramegna, stroncato da un mesotelioma pleurico. Gramegna aveva 46 anni ed era un operaio della Grove di Rivanazzano, dove abitava: lascia la moglie Monica e due figlie di 13 e 6 anni. Nei prossimi giorni verrà eseguita l’autopsia nell’istituto di medicina legale di Pavia; poi la famiglia riceverà il nulla osta per le esequie.

L’amianto colpisce a distanza di anni, si diceva: Gramegna aveva lasciato Broni nel 1997, 16 anni fa, quando si era sposato. Prima però era nato e cresciuto in una casa alle spalle della Fibronit. «Mio marito se lo aspettava, che sarebbe finita così - racconta la moglie - Appena ha scoperto cosa aveva, ha iniziato a combattere la sua battaglia per ottenere giustizia anche se non poteva ottenere salva la vita. E’ andato dai carabinieri di Stradella, ha presentato una denuncia, si è cercato un avvocato, ha preso contatto con l’Avani, l’associazione vittime dell’amianto. Questa malattia è una cosa indescrivibile, fino a quando non ti tocca da vicino.

Nell’ottobre 2012 Adriano Gramegna nota che gli viene il «fiatone» facilmente, anche solo per fare le scale. Il disturbo non se ne va e così decide di fare delle radiografie. Le analisi rivelano un versamento pleurico nel polmone destro. In pneumologia del San Matteo gli fanno il prosciugamento e una biopsia. L’esito della biopsia è infausto: mesotelioma. Meno di un anno dopo, Gramegna deve arrendersi. «Porgiamo le nostre condoglianze alla famiglia - afferma Antonio Mingrino, dell’Avani - Questa tragedia dimostra che il mesotelioma ormai colpisce anche i giovani. Vista la lunghissima incubazione di questa malattia, ora c’è da preoccuparsi per le generazioni più recenti. Lo diciamo da sempre: non ci sono cure, l’unica arma è la prevenzione.»

STRADELLA. Un’intera famiglia devastata dall’amianto. Non c’è pace per Massimo Gramegna, 44 anni, a cui il «killer silenzioso» ha portato via la mamma Nella, deceduta martedì notte a 80 anni, dopo aver ucciso il padre Carlo nel 2013 e aver contribuito al suo licenziamento come dipendente pubblico, essendo anch’egli affetto da asbestosi dal 2015. Una vera e propria odissea, che lo ha portato, nel giro di pochi anni, a rimanere senza famiglia e, per di più, senza lavoro.

Nella Bruschi è mancata nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Voghera, dove era ricoverata da alcune settimane: l’autopsia rivelerà l’esito dei deceduti. «So che l’autopsia significa elevare il lutto all’ennesima potenza - afferma Gramegna -. Ma voglio sapere che cosa è successo a mia mamma, è giusto che si sappia anche per la battaglia che si sta facendo contro l’amianto». D’altronde di battaglie il 44enne ne sta combattendo molte: nel 2013 ha assistito alla sofferenza e alla morte a 72 anni del padre Carlo, dipendente per 17 anni della Fibronit di Broni, scomparso per un tumore ai polmoni, che l’autopsia ha ricondotto all’esposizione ad amianto, facendo ottenere alla moglie la pensione di reversibilità dell’Inail; Gramegna, inoltre, era nelle liste degli ex dipendenti della fabbrica presentate dall’accusa durante il processo Fibronit. «Mia mamma ha lavato per anni i panni di mio padre e anche i miei - aggiunge il figlio -. Purtroppo questo è stato il destino di tante donne che si sono ammalate e poi sono decedute».

Anche Massimo ha lavorato per circa due anni in Fibronit come elettrotecnico, prima di arruolarsi nell’Arma, e potrebbe essere stata questa esposizione ad avergli causato una asbestosi con inspessimento pleurico. Questa patologia, sommata ad un morbo ad un piede, che lo ha reso claudicante, lo ha portato al licenziamento per inidoneità alla mansione dal Comune di Castana, dove era impiegato come dipendente: attualmente c’è una causa in corso, ma, ormai da due anni, Gramegna non ha lavoro e non ha potuto usufruire degli ammortizzatori sociali.

Ora, così, si trova a vivere solo nella casa di famiglia in via Vescola, con una situazione economica disastrosa: «I soldi della riversabilità di mio padre li abbiamo usati per pagare le cure di mia madre, la mia liquidazione per pagare i debiti e, nonostante mi sia stato riconosciuto il 67% di invalidità civile, non ho diritto alla pensione - spiega il 44enne -. La casa rischia di andare all’asta perché non sono riuscito a pagare le rate del mutuo e ho via qualche soldo proprio per mangiare e pagare le bollette, che ho già dovuto rateizzare. Grazie alla mia famiglia riuscirò a pagare il funerale e la cremazione, ma poi dovrò tenere in casa le ceneri di mia madre fino a quando non avrò i soldi per far tumulare l’urna nel loculo con mio padre».

Molti amici gli hanno espresso solidarietà e anche il sindaco di Broni, Antonio Riviezzi, si è reso disponibile per aiutarlo. Nel frattempo, in attesa di tempi migliori, magari con un nuovo lavoro, Gramegna si dedica al volontariato come presidente dell’Associazione italiana esposti amianto (Aiea), sezione Broni-Stradella: «L’essere volontario mi spinge a combattere per gli altri ed è quello che mi hanno insegnato anche i miei genitori - conclude -. Vado avanti per loro e per aiutare tutti quelli che stanno vivendo o hanno vissuto questo calvario».

Adriano Gramegna: ritratto di vita familiare e lutto

Questa vicenda, che intreccia ricordi familiari, responsabilità sociali e dibattiti giudiziari, mostra come l’amianto abbia lasciato tracce profonde nelle comunità di Broni e Stradella. Le testimonianze dei familiari e le posizioni delle istituzioni evidenziano anche la necessità di una riflessione pubblica sul rischio industriale, sulle misure di prevenzione e sulle politiche di tutela della salute, soprattutto in contesti industriali legacy.

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