Questo articolo organizza, analizza e presenta una selezione di spunti contenuti nel testo fornito, concentrandosi su come le espressioni di malumore, o “broncio”, vengano collegate a temi sociali, culturali e mediatici. Si mantiene l’ordine delle idee e si strutturano i passaggi tematici senza introdurre nuove informazioni non presenti nel materiale originale.
Il broncio come riflessione sul tempo presente
La frase più bella della settimana è di Robert Musil: «Non si può tenere il broncio al proprio tempo». Non so perché, ma è proprio come se stesse parlando a me. È oggettivamente difficile non avercela - tra Gaza, Trump, l’Ucraina, oggi i bombardamenti in Iran e quindi un rischio sempre più reale di terza guerra mondiale e tutto il resto - col tempo che viviamo. Però fare diventare questa smorfia la nostra espressione standard, oltre a essere sbagliato, è del tutto inutile.
Come spiegava una vita fa Albert Hirschman, per esprimere il proprio dissenso rispetto all’andazzo della comunità in cui si vive ci sono essenzialmente due modalità: voice (dire la propria) e, se non basta, exit (andarsene, cercare un’altra comunità più compatibile). Qui il problema è che un altro mondo dove andare non c’è. Però esistono molti microcosmi dove si coltiva la resistenza, la gentilezza, il “preferirei di no”.
Voice, exit e resistenza quotidiana
Bisogna scovarli, frequentarli, farli moltiplicare. Sul versante voice la settimana scorsa ho accettato l’invito del Pd ad andare a parlare di lavoro in uno dei loro incontri di ascolto nazionali. Cecilia Guerra, la loro bravissima responsabile lavoro, mi aveva dato il compito di spiegare perché siamo l’unico paese in cui negli ultimi trent’anni i salari sono andati indietro invece di crescere. Praticamente riassumere Hanno vinto i ricchi.
Riflessi musicali e sociali del festival: Sanremo e oltre
È stato il Sanremo più brutto di sempre? Non c’è una canzone che mi andrebbe di canticchiare. Dalia, che pure è una giovane pasdaran sanremista, ha detto che non dirà alla mamma di votare, perché non saprebbe chi. Per rianimare lo spettacolo agonizzante Carlo Conti aveva annunciato la sorpresa di un misterioso Mister X per la serata dei duetti. Che si è rivelato essere il comico Alessandro Siani. Che ha fatto ridere, involontariamente,Solo quando ha aperto il suo intervento lodando il conduttore per gli «ascolti record» (una cocente bugia).
E poi, per far arrivare il plauso se il pubblico letargico si fosse mortalmente distratto, ribadendo che era riuscito in una cosa unica: «Portare i cantanti da Mattarella». Per questi due miracoli-non miracoli l’abbronzantissimo entertainer ha ricevuto un cachet tra i 500-600 mila euro. Che è quanto l’italiano medio con suo titolo di studio (ragioneria) prende in 20 anni di lavoro. Lui ha tutti i motivi di essere contentissimo, anche se a casa la gente ronfa sul divano. Come se non bastasse tra i candidati al podio c’è Sal Da Vinci, i capelli più neri del West, con una canzone peana al matrimonio (con tanto di coreografia didascalica in cui il cantante indica la sua fede). E quella di Serena Brancale, inno alla mamma che non c’è più.
Una cronaca musicale come specchio sociale
Cosa abbiamo fatto di male per rimanere sempre all’altezza dei nostri stereotipi?
Altrove, un possibile mondo diverso
Altrove un altro mondo è possibile. Bianca, che è a Parigi per uno scambio universitario di sei mesi, non è in sé dalla contentezza. Lì le biblioteche sono cattedrali. Gli archivi pure. Ma per gli studenti esiste anche Linkee, una specie di TooGoodToGo specializzato, che distribuisce gratuitamente cibo che sta per scadere. Roba buona che ha un’aspettativa di vita breve. Distribuita da volontari, studenti a loro volta, che mentre distribuiscono fanno anche amicizia al ritmo della musica. Una cosa allegrissima, dunque, e civilissima. E danno anche gli cioccolatini. Il pane e le rose, nella vita vera.
Notizie positive e responsabilità istituzionale
Nel pur sguarnito reparto buone notizie qualcosa si trova. Tipo che Massimo Adriatici, l’ex assessore leghista che al termine di una ronda andata male aveva freddato un barone marocchino con evidenti problemi mentali, è stato condannato a 12 anni per omicidio volontario. Era giusto ma niente affatto scontato. Perché lo sceriffo di Voghera era amico di tutti. Ex poliziotto, gli agenti che erano intervenuti sul fatto avevano preso per buona la sua versione e gli avevano consentito di muoversi liberamente, cercando di inquinare le prove. I magistrati di Pavia, in testa il discusso Mario Venditti che poi ha fatto parlare (male) di sé per il caso Garlasco e altre storiacce, avevano inquadrato la vicenda come eccesso di legittima difesa. Però, soprattutto grazie ai due eroici avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, che si sono presi a cuore la vicenda alla fine la giustizia ha vinto. E ha vinto perché la magistratura, con tutti i suoi limiti, è ancora separata dalla politica. Che altrimenti il leghista sparatore, ai tempi del governo Meloni per cui si parlava di dare ai poliziotti lo scudo penale, sarebbe andato libero per sempre.
Riflessioni sull’oggi e sul lavoro sociale
Infine, sempre a proposito del tempo che fa, ho scritto della Spin Time. E del serio rischio che, dopo aver sgomberato il Leoncavallo a Milano e Askatasuna a torino, il ministro dell’interno Piantedosi ora ripulisca il centro sociale di Roma. Dove però vivono 400 persone di cui 100 bambini. Ho raccontato quel che ho visto lì dentro e ho mandato il testo in tipografia. Salvo scoprire, l’indomani, che un tribunale di Roma ha condannato il Viminale per non aver ottemperato all’obbligo di sgombero e quindi a risarcire i proprietari per 21 milioni. Oltre a circa 200 mila euro per ogni mese che aspettano per sgomberarlo. Si confida in un ricorso.
L’ultima Ricchi e poveri: sanità, spesa e disuguaglianze
Siamo uno dei Paesi europei che investono meno nella Sanità. E siamo - no surprise - anche quello che spende moltissimo di tasca propria. Nuovi dati della Ragioneria dello Stato, basati sull’utilizzo della tessera sanitaria, offrono un quadro più dettagliato. Nel 2024 la spesa sanitaria assoluta ha sforato i 186 miliardi. Ma siccome quella relativa al Pil - che è l’unica metrica onesta - quest’anno sul Ssn metteremo solo il 6,1 per cento contro un 7,1 di media europea o l’8 e rotti francese e tedesco, il servizio soffre e i cittadini devono fare come possono. Per conto proprio. La cifra che hanno sborsato ha quindi superato i 46 miliardi di euro, in crescita di quasi l’8 per cento in un solo anno. Le regioni con l’aumento più rilevante sono il Molise (+15,6 per cento) e le Marche. Il piazzamento non mi sorprende. Anni fa avevo scritto del differenziale di anni in salute tra le regioni italiane e il massimo - l’enormità di 14 anni, in forma o invece passando da acciacco in acciacco - si registrava proprio tra la virtuosa provincia autonoma di Bolzano e la decisamente meno virtuosa Potenza. Dove un medico di base mi aveva spiegato quanto ci poteva volere per ottenere una Tac. Esistono tanti modi per impoverirsi: essere costretti a pagare per cure cui avremmo diritto è uno di quelli. Tra i più odiosi.
Galapagos: robotica, consegne e resistenze
Tempi duri per i robo-corrieri. Negli Stati Uniti questi frigoriferi portatili su ruote che portano pranzo e cena pronta a legioni di americani addivanati sono ormai migliaia. È stata una crescita impetuosa. Ancora un anno fa Serve Robotics ne aveva giusto 100. Oggi sono 2.000, in 20 città. Coco, un’altra azienda, ne schiera 1.000. Starship Technologies altri 2.000. Grazie agli accordi con Uber Eats, DoorDash e Grubhub, sono tra i volti più visibili dell’IA che sostituisce lavoro umano.
La promessa è l’efficienza. «Non ha senso spostare un burrito da un chilo con un’auto da due tonnellate», dice all’Economist Ali Kashani, Ceo di Serve. Tanto più che un quarto dei viaggi in auto negli Usa riguarderebbe proprio consegne sull’“ultimo miglio”: i tragitti finali di una merce che intasano le strade e costano cari. Secondo Thunder Said Energy, una società di consulenza, un robot di Starship sarebbe 100 volte più efficiente di una moto dal punto di vista energetico.
Le persone normali, tuttavia, sono meno entusiaste. Ci sono parecchi video che mostrano passanti che li prendono a calci, li ribaltano o tentano di gettarli da un ponte. Li vivono come una presenza perturbante. Un’invasione degli ultracorpi. A Chicago 3.300 residenti hanno firmato una petizione per vietarli. Perfino il board editoriale dell’University of Notre Dame ha invitato al boicottaggio. Un sondaggio del Pew Research Center mostra che gli americani temono più di altri l’invasione dell’IA nella vita quotidiana. Quanto all’efficienza, il 99,8 per cento delle consegne va a buon fine, assicura Serve, che punta a estendere il servizio a farmaci e resi.
da noi, invece, si preferisce pagare i corrieri in carne e ossa 2 euro e cinquanta a consegna, come Glovo. O per 1000 euro al mese lavorando 12 ore al giorno nel caso di Deliveroo. Entrambe indagate per caporalato digitale. «Un uomo che sta provando a combinare qualcosa è sempre a conti fatti uno spettacolo interessante» si legge in L’imperdibile di Eleonora Marangoni (Feltrinelli). Ed è una frase stupenda e verissima. Anche se, forse soprattutto se, l’esito di quella prova non è un successo. O soltanto un successo parziale, come quello dell’inventore della macchina da cucire Walter Hunt che però non la brevetterà per primo e non passerà alla storia come Singer. Il romanzo è un premio alla carriera per un inventore sempre fuori sincrono rispetto al riconoscimento che meritava. Ma anche un trattatello su come convivere, più in generale, col fallimento. Hunt ha brevettato una penna stilografica, un antesignano del clacson, una specie di cemento. «Ma lo sa, vero, qual è la differenza tra un’idea e un’invenzione? Un’invenzione è un’idea in cui ha creduto più di un uomo» gli fa dire la talentuosissima Marangoni. Tra quelle che gli hanno senz’altro riconosciuto c’è la piccola ma decisiva spilla da balia. Che protegge, unisce, assicura, tiene insieme. E che, in spagnolo, si chiama “El imperdible”. Come questo libro che vi invito a non lasciarvi sfuggire.
Racconto di un’operazione: perdita, perdono e indagine
C’è un uomo che ha dovuto passare una delle prove più dure della vita: il figlio adottivo, malato di mente, ha ucciso sua moglie. Gli sarà mai possibile perdonarlo? Quell’uomo è anche un agente dell’Fbi così acciaccato che il Bureau l’ha messo da parte, come uno Slow Horses qualsiasi. Poi però succede una storiaccia: furti di droga che possono far scoppiare una guerra tra bande. Non c’è nessun altro e chiedono a lui di creare una Task Force per indagare. Sullo sfondo vecchie ruggini tra bikers e l’ancestrale violenza dell’America interna. Non aggiungo altro sulla trama. Dico soltanto che l’ultimo episodio, in particolare il discorso che l’agente Tom Brandis fa davanti al giudice a proposito del figlio, vale tutta la serie e anche di più. Se il gigantesco Mark Ruffalo non vince un Emmy o tutto quel che può vincere un attore, sarà uno scandalo.
“Emmenez‑moi” di Charles Aznavour. Forse l’avete sentita in Et la fête continue!, il penultimo film di Robert Guédiguian.
Prospettive di creatività e fallimento
Questo passaggio richiama una prospettiva di lettura del fallimento come parte integrante della creatività e della vita. Prospettive non nuove, ma intense, che si intrecciano con la narrazione di produzioni artistiche e di intrattenimento, offrendo chiavi di interpretazione sulle frasi celebri e sui loro contesti.
