Fondamentali della comunicazione rispetto al corrente focolaio internazionale

Nei due anni di pandemia l’azione costante e quotidiana che ha caratterizzato e influenzato la vita di tutti i cittadini è stata la comunicazione. Il trasmettere ad altri informazioni, decisioni, raccomandazioni, quando non imposizioni, sia organizzative che comportamentali, dovrebbe basarsi sull’interazione tra soggetti che sono disponibili e interessati a relazionarsi. Condividere conoscenze, in particolare quelle scientifiche, in un contesto nazionale di analfabetismo scientifico e sanitario quale è quello italiano, nel corso di una pandemia globale e secolare determinata da un virus solo in parte conosciuto, non era facile, anche perché impreparati a comunicare.

Eppure, alcuni per dovere altri per opportunità, i comunicatori della pandemia hanno accompagnato, e in parte guidato, gli andamenti delle positività, dei ricoveri, dei decessi, della disponibilità dei vaccini, delle inoculazioni, dell’andare a lavorare o dell’andare a scuola, del… presente e del futuro dei cittadini. Al limite sconcertante dei comunicati stampa degli organi istituzionali ha supplito il suq mediatico con lo scambio caotico e non sempre limpido di esperti che mai si sono confrontati tra di loro prima di proferire pareri personali di portata nazionale. Molti di loro hanno già scritto in proposito un libro divulgativo in tema di pandemia, un libro simile ma diverso da quello del collega; altri lo faranno, il tutto governato dal marketing editoriale.

Come succede in un’aula scolastica, ma anche in famiglia, informare fa rima con educare, quindi promuovere anche conoscenza. L’educazione scientifica dovrebbe iniziare sin dalla scuola d’infanzia: purtroppo non succede neppure all’università per molti corsi di laurea. L’abilità comunicativa va gestita con cura, appresa, nutrita e mantenuta nel tempo, per evitare che diventi essa stessa un rischio. Comunicare il rischio, impresa principale per la prevenzione e controllo di qualunque malattia, non è semplice. Eppure la pandemia è stata anche un’occasione di educazione scientifica nazionale, di prevenzione collettiva, di solidarietà collettiva… in gran parte sprecata.

2020 la mortalità. Nel corso del 2020 in Italia sono decedute complessivamente 764.146 persone ovvero 100.526 in più rispetto alla media dei cinque anni precedenti: un eccesso del +15,6%, il dato più alto mai registrato nel nostro Paese dal secondo dopoguerra. L’eccesso dei decessi è stato attribuito all’incremento delle morti della popolazione fragile e in particolare della popolazione anziana. Dei 764.146 decessi 75.891, il 10,2%, sono stati registrati come decessi avvenuti in persone positive all’infezione di SARS-CoV-2. Durante i primi mesi di pandemia non tutti i deceduti, in particolare quelli non ricoverati in ospedale, sono stati testati per il virus. Quindi il numero dei casi registrati può essere stato inferiore a quello reale.

Attribuire a Covid-19 la causa del decesso è difficile e solitamente inaccurato perché è possibile che il decesso sia avvenuto durante l’infezione, ma dovuto ad altre cause. I criteri di codifica delle causes di morte sono soggetti a distorsioni, non ultima la soggettività del medico. Diversi limiti condizionano quindi la stima dei morti per Covid-19 sul totale degli infetti (la letalità). Nel corso del 2020 sono stati segnalati al Sistema di Sorveglianza Integrato 2.105.738 casi positivi di Covid-19 dei quali 75.891 deceduti: letalità 3,6%.

Tra la popolazione che non risultava positiva all’infezione (57.535.750 persone) nel corso dell’anno sono decedute 670.255 persone (1,12%), quindi proporzionalmente è stato oltre tre volte il rischio di morire nelle persone anche infette da SARS-CoV-2 rispetto a chi non ha contratto l’infezione (3,6/1,12=3,21; Rischio Relativo). Si può anche dire che il 69% dei decessi in persone positive per Covid-19 si sarebbe potuto prevenire qualora la popolazione non si fosse infettata (3,6-1,12/3,6= 69%; Rischio Attribuibile all’essere infetto).

Queste considerazioni fatte per la popolazione più fragile aumentano ulteriormente il rischio rispetto sia ai meno fragili e ancor più ai sani. Questo il riassunto esemplificativo degli esiti estremi della pandemia nel corso del 2020, un anno scandito da: la caratterizzazione del virus, l’identificazione della malattia, l’inizio della pandemia e le prime fasi di vaccinazione. La comunicazione di rischio è stata una delle intensificazioni chiave della salute pubblica e della gestione delle informazioni in tempo reale.

Razionalizzare la comunicazione della pandemia: obiettivi, limiti e opportunità

Il 2021 i vaccini e i vaccinati. Il 5 febbraio 2020 è stato istituito il Comitato Tecnico Scientifico con competenza di consulenza e supporto alle attività di coordinamento per il superamento dell’emergenza epidemiologica dovuta alla diffusione del coronavirus. In pratica è l’organo che ha indirizzato tutti i provvedimenti nazionali: lockdown, chiusura delle scuole, sospensione delle attività, i colori delle regioni, ecc. Un organo competente, ma di una competenza rappresentativa; di una rappresentanza delegata, non partecipata e basata sulla fiducia: caratteristica/qualità che va creata e mantenuta anche con la comunicazione.

L’area esitante a vaccinarsi del 2021 è in parte attribuibile ad una comunicazione inefficace, quando non appropriata, anche perché non partecipata. Proprio nella campagna vaccinale la comunicazione fatta ha mostrato i suoi limiti e addirittura generato incomprensioni. I primi risultati pubblicati sono stati quelli concernenti l’uso del vaccino sviluppato da Pfizer BioNTech. A 40.137 volontari con età superiore ai 15 anni, residenti in 6 nazioni, è stato somministrato ad una metà il vaccino a mRNA BNT162b2 all’altra il placebo. Ci sono stati 9 casi di Covid-19 tra i partecipanti che hanno ricevuto il vaccino e 169 casi tra quelli che hanno ricevuto il placebo: il vaccino è risultato efficace al 95%.

Nel 2021 l’eccesso di mortalità è stato più contenuto, circa 59mila decessi in più pari al +9,2%, una riduzione del 41% rispetto a quanto avvenuto nel 2020. Sebbene anche l’effetto harvesting possa aver contribuito, la disponibilità del vaccino e la massiccia campagna di vaccinazione hanno rappresentato l’azione più efficace. La partecipazione. Il 31 marzo 2022 cesserà lo stato d’emergenza che giustificava interventi restrittivi su ambiti di vita fondamentali: la limitazione della circolazione delle persone, la chiusura di spazi pubblici, le misure di quarantena precauzionale, il divieto di assembramento, la limitazione e la sospensione di attività sportive, ricreative e culturali e cerimonie civili e religiose.

La salute pubblica è quell’area della medicina che per definizione dovrebbe essere partecipativa con il diretto coinvolgimento dei cittadini nei percorsi di prevenzione, di cura e nei processi decisionali. Cittadini “consenzienti” perché informati. Cittadini fiduciosi perché attivi e non deleganti. Cittadini partecipi di una medicina deliberativa attraverso modelli quali le giurie dei cittadini e le conferenze di consenso con la partecipazione delle associazioni di cittadini e pazienti. In emergenza, se ci si prepara, si ricorrerà alla delega. Due anni dopo l’entrata in lockdown molti cittadini si chiedono se sia servito. È una domanda inopportuna? Errata? Forse non è stato comunicato loro in modo appropriato facendoli partecipare al dialogo, alla discussione, alla costruzione di prove di efficacia nella pratica corrente rispetto a quelle prodotte dai trial.

Interalienza tra comunicazione e partecipazione pubblica

Finora è mancato il senso dell’insieme. La salute pubblica richiede un coinvolgimento attivo dei cittadini nei percorsi di prevenzione e decisione, affinché la comunicazione non sia solo trasmissione ma costruzione condivisa di fiducia e azione collettiva. La comunicazione interculturale, nelle trattative internazionali, riveste un ruolo cruciale per prevenire fraintendimenti e costruire relazioni durature.

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